Descrizione
Applique a cinque luci modello “238/5”. Gino Sarfatti, Produzione Arteluce, Milano, anni ’60. Struttura in metallo laccato nero e paralumi sferici in cristallo acidato internamente. Recante etichetta adesiva del produttore.
Gino Sarfatti è uno dei maestri riconosciuti del design della luce in Italia nel dopoguerra’. Sono numerose le possibili chiavi di lettura e comprensione della vasta produzione realizzata per la sua azienda
Arteluce. Nel corso di una trentina d’anni, ha disegnato diverse centinaia di lampade; «quasi egli lavorasse – ha sostenuto Piero Castiglioni – non solo ad un singolo progetto ma a un generale concetto di lampada, che andava pian piano affinando e realizzando nella molteplicità degli esemplari progettati, avvicinandosi talvolta al re-styling dei modelli degli anni cinquanta e talvolta portando avanti concetti più avanzati, di tipo “meccanicistico”».
Il principio fondante della ricerca di Sarfatti negli anni Cinquanta è il movimento. Non un movimento decorativo, ma strutturale e spaziale. Esistono due direzioni principali. La prima è ambientale: lunghe tige che ruotano vicino al soffitto, bracci multipli che si articolano nello spazio, apparecchi capaci di avvicinarsi all’utente o di allontanarsi con leggerezza. Il movimento può essere reale — ottenuto tramite snodi, contrappesi, rotazioni — oppure virtuale, suggerito da una sensazione di sospensione e di esilità.
La seconda direzione è quasi cosmica. In molti apparecchi degli anni Cinquanta emergono suggestioni gravitazionali: anelli che circondano la fonte luminosa, riflettori puntiformi che orbitano attorno a “soli” centrali, composizioni che evocano sistemi planetari. Eppure Sarfatti rifiuta ogni interpretazione formalistica. Non parte da un’immagine, ma da un’analisi ossessiva dei giunti, degli attriti, dei pesi. “Partire dal peso per eliminare il peso” è la logica sottesa a tutta la sua produzione.
La leggerezza non è un fatto estetico ma il risultato di un calcolo preciso. Ogni snodo è studiato per ridurre l’attrito, ogni bilanciamento è calibrato con attenzione estrema. Anche il cavo elettrico, tradizionalmente nascosto o percepito come vincolo, diventa elemento strutturale e poetico: può sostenere il corpo illuminante, può essere lasciato libero per generare configurazioni a nuvola, può definire la geometria complessiva dell’apparecchio.
Bibliografia: M. Romanelli, S. Severi, Gino Sarfatti. Opere scelte 1938-1973, Silvana Editoriale, Cinisello balsamo, 2012, p. 415